La meravigliosa rubrica dell’Antico Caffè Greco

Anche altri e più antichi registri andarono perduti. Di quell’epoca beata ci resta oggi soltanto una originale rubrica, «Caffè Greco 1845», nella quale, a cominciare da questa data e andando a finire sui primi del Novecento, gli artisti usarono lasciare le proprie generalità e gli indirizzi: quello romano e l’altro della patria lontana (da Berlino a Buenos Aires, dagli Stati uniti d’America alla Russia).

Alloggiavano eccezionalmente in albergo o in case private; preferivano invece stabilirsi negli studi dislocati in alcune particolari zone della città, soprattutto al di là e al di qua del Pincio. In via Margutta, naturalmente, nel palazzo Patrizi, e fuori Porta del Popolo (sulla via Flaminia, nello Stabile Rey, o, come qualcuno scrive, «all’Orto di Pappa Giulio»); e lungo il «tridente» – Corso, Ripetta, Babuino – e relativi affluenti: via dei Greci, via Vittoria, via della Frezza, via della Fontanella. Poi, attraverso via Felice, la topografia degli studi artistici si ramificava verso la via Pinciana o raggiungeva piazza Barberini passando per il vicolo Zucchelli o per via della Purificazione. Sulla piazza – citiamo sempre da quel registro – qualcuno s’era stabilito nello Studio Raselli, e altri «a sinistra del Portonaccio» (all’imbocco dell’attuale via Barberini); altri ancora in via di S. Basilio, in via di S. Niccolò da Tolentino (Studi o Casa Chelli), in via dell’Angelo Custode (parte dell’odierno Tritone), in via e piazza dei Cappuccini (dove oggi inizia via Veneto), o in via di S. Isidoro, «incontro al convento dei Cappuccini». Qualche fortunato s’era allogato addirittura a palazzo Venezia, come il pittore Anton Romako («Studio Palazzo d’Austria, Piazza di Venezia n. 8»).

Quanto alle qualifiche e ai nomi, c’è solo da scegliere: pittori, scultori, architetti, fotografi James Anderson, Giacomo Caneva e Tumminello), e persino chi si professa semplice «Amatore degli Artisti» (e siamo già al luglio 1905), o Rer. Ital. et Hisp. Scriptor (Stefano Molls). Si va dagli Adler ai Begas, da Salomon Corrodi (che lasciò nome allo Studio ove poi morì Trilussa) a Charles ed Enrico Coleman, da Marion Crawford, romanziere, «The Heart of Rome», e corrispondente del «Daily Telegraph», a Ferdinand Pettrich, celebrato scultore di pellirosse, da Engelbert Humperdinck (che firma e data dal Caffè Greco: «dicembre-marzo 1879-80»), al pittore Edmund Hottenroth, di cui molte opere si vedono ancora nel medesimo locale, ai Faber, ai Petersen, uno dei quali non trova migliore indirizzo da segnare che «Caffèe Greco «restante»!» (anche l’esclamativo è suo), ad Anselm Feuerbach, al nostro Gallori (monumento a Garibaldi, sul Gianicolo), a John Gibson e all’altro scultore, scozzese, Lawrence Mac Donald. E dando ancora un’occhiata a queste maltrattatissime pagine, si leggono i nomi di Franz Lenbach e di Rudolf Lehmann (anche lui incontrato nel quadro del Passini), di Overbeck e di Valerio Laccetti, «pittore di animali», di vari Müller e di Girolamo Masini (statua di Cola di Rienzo ai piedi del Campidoglio), di Morris Moore e di Leopold Pollack, di Peralta, di Zielinski, di centinaia d’altri. Piccola parte di quella folla artistica che Augusto Dandolo ha restituito in parte al proprio ambiente e alla propria epoca nell’opera postuma dedicata a studi e modelli di via Margutta (1870-1950).

Rubrica dell’Antico Caffè Greco