Cesare Pascarella, ritratto.

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Cesare Pascarella, ritratto.

 
Cesare Pascarella all’Antico Caffè Greco di Roma

 

Cesare Pascarella (Roma28 aprile 1858 – Roma8 maggio 1940) è stato un poeta e pittore italiano.

Quando ad un tratto sul bancone di Giovanni Gubinelli, da poco insediato, saltò un giorno a pie’ pari, con sbalorditiva agilità, Cesare Pascarella. Un fatto, rievocherà una quarantina d’anni più tardi Diego Angeli, «che si ricorda anche oggi fra i più memorabili del Caffè di Roma», e che valse al poeta di «Villa Gloria» il soprannome di «Scimpanzé», quando entrò a far parte de I XXV della Campagna Romana. Cliente fedele e insieme attrazione del locale, Pascarella, per il valore della sua opera poetica e la statura del carattere, costituisce la figura centrale di quel cenacolo il cui fervore non restò senza frutti e non riuscì senza effetti. Fu lui stesso, vincendo la naturale ritrosia, a propagandare il verbo del Caffè Greco e a lasciare sicura memoria di quella vita scapigliata, in una conferenza letta dall’autore fin dal 1890 (nella Sala della Gran Guardia, a Padova, e al Circolo Artistico fiorentino), e in seguito accolta nelle sue Prose.

Riservato e molto controllato, salvo le micidiali uscite del suo spirito caustico, Pascarella si ritrovava ogni sera nell’Omnibus (mitica sala dell’Antico Caffè Greco a Roma)tra i suoi amici-antagonisti, primi fra tutti Enrico Coleman e Onorato Carlandi. L’uno anglo-romano (era nato da Charles Coleman, capostipite dei pittori della campagna romana, e da Fortunata Segatori, celebre modella sublacense), e il secondo romanissimo e vivace. Sempre immobile, quasi assorto in uno stato nirvanico, con l’immancabile pipa tra i denti, Coleman figlio meritò il nomignolo di «Birmano»; e nulla di meglio, per gli altri spensierati, che dare «il tormentone al Birma», pretesto che aguzzava l’ingegno e animava la conversazione. Pascarella, podista inarrivabile, attaccava Coleman alpinista. E Carlandi, che passava buona parte dell’anno in Inghilterra, sfoggiava invano la propria dialettica per farsi seguire laggiù da Enrico, restìo invece ad uscire dai confini del suo Lazio, anche se, cedendo al richiamo delle origini, era pronto a difendere a spada tratta tutto quanto fosse «made in England». Lasciarono un paesaggio ciascuno, proprio in fondo al lungo salone, accanto allo specchio: Carlandi la Villa d’Este a Tivoli, e Coleman il Soratte che si leva nella pianura in tutta la sua mitica solennità, tra un serto di nubi incendiate dal sole.

E intorno a questo trio, altri ancora, romani e non romani, legati da profonda amicizia e da comuni entusiasmi. Vincenzo Cabianca, veronese, che tra il 1880 e il ’90, scrive l’Angeli, continuò a rappresentare in quel piccolo centro artistico la tradizione fiorentina del Caffè Michelangelo; il bolognese Mario de Maria (Marins pictor), di cui «La luna sulle tavole di un’osteria» resiste ancora, nella Galleria nazionale d’arte moderna, all’invadenza della dodecafonia pittorica; l’altro bolognese, Luigi Serra, che aveva già affrescato il catino dell’abside di Santa Maria della Vittoria; e Alfredo Ricci, Alessandro Morani, Cesare Biseo, autore tra l’altro di quel magnifico ritratto all’acquaforte di Pascarella, datato 1895.

Aneddoti e curiosità, all’Antico Caffè Greco:

Al Caffè Greco, di Via Condotti, a pochi passi da Piazza di Spagna. Prima di noi ne hanno parlato in tanti, di noi ben più noti. Fra questi lo scrittore, poeta e pittore romano Cesare Pascarella (1858-1940).

Ecco un suo brano, “L’antico Caffè Greco”, tratto da “Prose” (1920):
“… Un giovanotto, assiduo frequentatore del Caffè a Roma, oltre all’aver molto ingegno, aveva, cosa molto naturale, un picciol debito col padrone del negozio, e, cosa più naturale ancora, cotesto debito non lo pagava mai. Rebus sic stantibus, il suo nome, che più tardi doveva esser scritto a lettere d’oro nel libro glorioso dell’arte, per allora rimaneva, purtroppo, vergato col nero inchiostro in un vile scartafaccio ove erano annotati i nomi di coloro che dovevano denaro alla bottega.
Il giovanotto, ogni giorno, giuocava or con questo or con quello qualche partita a scacchi e, abilissimo com’era, vinceva quasi sempre la posta: il prezzo di una tazza di caffè. Una volta i suoi amici furono sorpresi di sentirgli chiedere al cameriere, invece dell’abituale «tazza nera», un bicchierino di un liquore bianco ferocissimo, fabbricato, Dio ce ne scampi e liberi tutti! coi nòccioli delle ciliege.
— Non pigli il caffè? — gli chiesero.
— No — rispose il giovanotto, vuotando in fretta il bicchierino — no. Il caffè m’urta troppo i nervi.
La risposta era persuasiva: gli amici non gli domandarono più nulla, e lui seguitò ad annaffiare le sue vittorie (a scacchi) con l’infernale mistura …”